Copertina del libro Tutto chiede salvezza

E’ tanto dolce il canto dei dolenti, degli ultimi della terra, degli inadatti alla vita sociale.

Lo sa l’autore di “Tutto chiede salvezza” che ne è anche il protagonista: lo capiamo dalle prime pagine, quando viene richiamato dall’infermiere della struttura psichiatrica in cui deve passare coattamente una settimana di TSO per aver aggredito il padre, in preda a demoni incontrollabili.
Il rapporto con i medici di turno è distante, scandito dalle pillole colorate somministrate con zelo.  Sembra più autentico lo scambio umanissimo tra pazienti, l’insofferenza per le follie inaspettate e improvvise, la tenerezza della cura di cose minori e trascurate dai più, come un passero sul ramo, da sfamare quotidianamente.
Nella loro fragilità, che rivela la struttura intima della coscienza, i matti sembrano per un po’ più veri di quelli fuori dal muro. Daniele Mencarelli conosce il dolore ma anche la compassione, che è unità con l’altro, anche se l’altro non è come lo vogliamo e la sua prossimità fa entrare aria cattiva nelle nostre stanze pulite.
Sette capitoli: uno per ogni giorno della settimana, a scandire un tempo vuoto di attività ma pregno di dialoghi convulsi, con la cadenza guascona del romanesco, di umani fragili affamati di contatto umano.
La salvezza di cui si parla nel titolo è quella che l’autore cerca per sé, per tutti; è la liberazione dall’angoscia dell’esistenza, è il ritrovamento di un senso nel proprio cammino. Ogni lettore gli darà il nome che crede.

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