Copertina del libro Tutto chiede salvezza

Intenso. Pieno zeppo di cattiveria. Senza speranza…o forse no…

“Il caos da cui veniamo” di Tiffany McDaniel è un vortice in cui vieni risucchiato dopo le prime pagine, quando nonostante tutto, decidi di andare avanti.

E allora diventi complice, in qualche modo, di una numerosissima famiglia, in cui non ci sono limiti, in cui le regole a cui siamo abituati vengono letteralmente sconvolte, in cui i ruoli non esistono, in cui non c’è pace, in cui non c’è spazio per alcun Dio.

Un padre discendente dai pellerossa, con una saggezza ancestrale e un’inclinazione a raccontare il mondo con la sua infinita, tenera, dolcissima fantasia; una madre bellissima, che ha dovuto imparare fin troppo presto che la bellezza si paga: “Una ragazza diventa donna davanti al coltello. Deve imparare a conoscerne la lama. La ferita. A sanguinare. A portare la cicatrice senza smettere, in qualche modo, di essere bella…”.

E’ una madre chiusa in un dolore spaventoso che la rende a sua volta spaventosa.

Non nego di aver gridato “No!No!”, durante la lettura.

E poi i figli: sorelle e fratelli succubi e allo stesso tempo protagonisti di violenze inaudite.

Ma allora cosa può convincere il lettore a proseguire, ad arrivare fino in fondo?

Ho letto alcune interviste dell’autrice: rivela di essere attratta e di indagare gli aspetti più oscuri dell’animo umano, la cattiveria appunto, quella che fa parte di ognuno di noi. Ma per lei, coloro che riescono a tenerla a bada non sono soggetti interessanti: preferisce sporcarsi le mani con quelle anime che non hanno più speranza, con coloro che non hanno più alcun limite, con quelli che sulla morale ci sputano sopra.

Eppure… C’è questa figura, quella del padre, così in contrasto (o almeno così crederemo per un bel po’) con questa vita così irrimediabilmente perduta. Un uomo che riesce a creare una realtà parallela, fatta di narrazioni sublimi, di immagini create appositamente per sopravvivere al dolore e credere che un’altra storia sia possibile…un’altra, e un’ altra ancora.

E sono storie con cui spera di salvare almeno lei, l’Indianina, la più piccola tra le figlie: anche lei ha il dono di inventare storie, solo che le sue sono storie di rabbia, di tutta la rabbia che assorbe dalla vita.

Ve lo dico, ne vale davvero la pena. Attraverserete prati in fiore, nuoterete nudi nei fiumi, vi arrampicherete sugli alberi, vi sentirete minuscoli davanti alla maestosità delle montagne e sentirete parlare spesso del Paradiso.

E’ un libro duro, cattivo, feroce. Ma ne vale davvero la pena.

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